Nel corso della vita mi è capitato spesso di incontrare persone con idee chiare su cosa fosse giusto o sbagliato, e con validi progetti relazionali o lavorativi da mettere in pratica. Ma per una strana ragione i buoni propositi e le capacità intellettive di quelle stesse persone non erano sufficienti a garantire loro riconoscimenti o situazioni lavorative appaganti, come sarebbe stato ragionevole supporre. I loro interlocutori si mostravano spesso disattenti e lodevoli proposte venivano ridotte ad argomenti di scarso interesse.

Non importa quanto tu sia in gamba … se davvero vuoi risolvere il tuo rebus ti servirà tutto l’aiuto possibile, e loro non ti daranno una mano se tu non gli piaci!

 -The imitation game –

E’ capitato a tutti di essere una di quelle persone e qualche volta è accaduto anche a me: idee meravigliose, soluzioni pratiche e funzionali in grado di ridurre stress e fatica a interi team lavorativi, moniti per proteggere noi e chi ci circonda da palesi fallimenti  vengono generosamente elargiti dalla nostra persona e altrettanto generosamente denigrati o ignorati da chi beneficia del grande privilegio di averci accanto. Lo svilimento che ne consegue risiede di solito nel non renderci conto di come ciò sia potuto accadere e inesorabile arriva il desiderio di etichettare tutti gli altri come incompetenti o, quanto meno, distratti nei nostri riguardi.

Questi insuccessi, quando limitati ad alcune aree di vita, fanno parte del gioco e vengono comunemente accettati. Tuttavia, se tali esperienze sgradevoli e di esclusione risultano molto frequenti e si verificano nella maggior parte dei contesti, finiscono per costituire un grave problema alla realizzazione personale: per concretizzare le nostre idee abbiamo infatti bisogno della collaborazione altrui.

Cosa differenzia quindi queste persone da quelle che godono generalmente di un “normale” successo sociale? E per quale motivo soggetti che ci sembrano privi di particolari capacità beneficiano a volte di attenzioni e onori che ad altri non sono concessi?

0La nostra vita è influenzata per la maggior parte dalla conoscenza di noi stessi, dall’empatia verso gli altri e dalle nostre capacità di relazione. Queste competenze, apprese e coltivate in un clima emotivamente sicuro, sono la base dell’Intelligenza Emotiva e ci favoriscono in situazioni in cui la logica talvolta non serve. Capire i nostri pensieri e le nostre emozioni ci permette di focalizzarci sugli obiettivi che veramente vogliamo raggiungere e quindi quali persone tenere accanto e quali, se possibile, allontanare. Esprimere i nostri pensieri e le nostre emozioni in maniera adeguata consente agli altri di sintonizzarsi su quanto abbiamo bisogno di comunicare e li rende in grado di scegliere come rapportarsi a noi. Una buona consapevolezza del nostro funzionamento mentale ci permette inoltre di capire quello altrui anche quando questi ultimi adottano atteggiamenti all’apparenza ambigui.

Ma il filo intricato delle dinamiche relazionali è ancora più complesso e, per venire accontentati, non è sufficiente esprimere ciò che vogliamo senza tenere conto delle regole che vigono all’interno del gruppo  sociale in cui ci si trova. Possiamo modificare il nostro status, intrecciare relazioni soddisfacenti o raggiungere obiettivi desiderabili solo riconoscendo e rispettando queste regole: trasgredirle significa l’esclusione o l’ostilità del gruppo.

Tale capacità di lettura va educata e allenata allo stesso modo di qualunque altra abilità.

Come possiamo capire, ad esempio, se un interlocutore sta scherzando o se ci sta prendendo di mira? E quando definiamo un approccio appropriato o sconveniente?

Chi è dotato di buona Intelligenza Emotiva riesce a comprendere meglio le emozioni proprie e altrui, a capire quando queste coincidono creando condivisione e quando il loro divergere necessita di una compensazione: queste capacità permettono di  reagire alle situazioni in maniera adeguata al contesto. Al contrario carenze in quest’ area possono generare problematiche gravi: se l’approccio verso l’altro è disfunzionale non ne otterremo mai la solidarietà poiché finiremo per non piacergli o per metterlo a disagio. Ne consegue che i nostri scopi, per quanto lodevoli, finiranno per essere giudicati poco interessanti o addirittura fastidiosi: non saremo in grado di esprimerli efficacemente poiché, mancando la condivisione emotiva, i significati espressi verranno recepiti in maniera errata. Posso arrovellarmi mesi o anni nel tentativo di trovare amicizie sincere senza accorgermi che i miei modi di fare onesti e risoluti risultano in realtà pedanti ed aggressivi; posso esprimere le mie idee con convinzione cercando di guadagnarmi il posto che ritengo mi spetti all’interno di un gruppo senza rendermi conto che  non ne ho capito fino in fondo le regole ed i valori; allo stesso modo posso credere di essere trattata con scarsa attenzione senza  recepire i reali  bisogni di chi mi circonda. Finisce così per generarsi un circolo vizioso difficile da spezzare fintanto che non si lavora sulla propria alfabetizzazione emotiva, una caratteristica a volte data per scontata ma di importanza fondamentale per ricevere dalle persone e dalla vita quanto meritiamo.

L’Intelligenza Emotiva