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Nel 1963 Paul MacLean affermava che gli stati emotivi guidano il nostro comportamento secondo due principi fondamentali: l’autoconservazione e la salvaguardia della specie. La psicologia cognitivo-comportamentale ritiene che ogni emozione provata dall’essere umano sia frutto di un’interpretazione personale degli eventi e che esse esprimano la frustrazione o il raggiungimento di uno scopo. Più lo scopo assume rilevanza, più l’emozione che ne consegue sarà elevata generando a sua volta un comportamento in grado di garantire il benessere dell’individuo.

L’aggressività appartiene a quella vasta gamma d’espressione emotiva originata dalla rabbia, un’emozione primaria che si attiva ogni volta che riteniamo d’aver subito un danno ingiusto. La rabbia svolge una funzione di difesa di fronte a ciò che percepiamo come un’aggressione, segnala la presenza di un ostacolo tra noi ed un nostro scopo oppure ci fornisce l’energia necessaria per agire in situazioni di minaccia. Una definizione simile è stata data all’aggressività in ambito psicoanalitico: l’istinto che guida a riconoscere, affermare e proteggere la propria identità, un attacco verso chi si ritiene essere responsabile del nostro malessere. Il suo eccesso o la sua carenza sono causa di disagio e sofferenza.  K.  Lorenz parla addirittura di un “deficit aggressivo” che comporterebbe l’impossibilità di affrontare compiti e problemi di vita, la caduta dell’autostima e la perdita drammatica del senso dell’umorismo.

Naturalmente l’idea che un’emozione abbia uno scopo primario adattivo per la nostra sopravvivenza non significa che essa venga sempre provata o manifestata in contesti adeguati e a giusta misura: livelli particolarmente elevati e pervasivi sono da attribuirsi a processi cognitivi disfunzionali che portano a valutazioni distorte della realtà e della mente altrui. Ma vale la pena fare una riflessione su quest’area della nostra alfabetizzazione emotiva che racchiude in sé un’enorme criticità. Se da un lato infatti il contesto sociale e l’epoca in cui viviamo tendono ufficialmente a condannare rabbia e aggressività come qualcosa di disfunzionale e distruttivo, allo stesso tempo media e società non fanno altro che esaltarle ufficiosamente in maniera altrettanto disfunzionale. Numerosi sono gli antieroi televisivi o narrativi aventi come unico carisma l’ostentazione di atteggiamenti estremi in ogni circostanza, così come non è infrequente in ambito colloquiale scambiare il termine “aggressività” con “aggressione” o addirittura con “violenza”, rimandando a chi ci ascolta un senso di sgomento che nulla ha a che fare con ciò che ci eravamo posti come obiettivo comunicativo. Fraintendimenti di questo genere o messaggi veicolati in maniera scorretta possono indurre le persone ad apprendimenti distruttivi per gli altri e per se’ stesse. Un utilizzo esasperato e inadeguato di atteggiamenti aggressivi potrebbero venire ritenuti leciti e validi da chi li compie con la conseguenza di stressare le relazioni e danneggiare chi ci sta accanto; al contrario reprimere e mascherare persino alla nostra coscienza rabbia e aggressività, per il timore di scoprirci indegni e sbagliati al solo fatto di provarli, rappresenta un autosabotaggio capace di generare un cocktail esplosivo quale ansia, senso di colpa, aggressività autodiretta e, infine, la perdita di controllo. Le stesse relazioni ne risentono, poiché l’altro non vede in noi qualcuno capace di dargli dei limiti, facendolo ritrovare solo all’interno del rapporto. Quando poi non sia più possibile ignorare i numerosi segnali fisici che inevitabilmente ci segnalano il malessere, si corre il rischio di esprimere in maniera eccessiva un normale stato psicofisico, incorrendo in giudizi negativi che altro non fanno se non rinforzare il senso di inadeguatezza e danneggiare l’autostima.

E’ dunque importante renderci conto di come l’aggressività, quanto la rabbia, abbiano tutto il diritto d’esistere, di essere accettate e comunicate come parti integranti del nostro essere umani. Tuttavia esse hanno anche la forte necessità di venire comprese ed educate, modulando di volta in volta la propria energia a non pretendere tutto e subito, un ad-gradior (andare verso l’oggetto desiderato) senza per questo entrare nello spazio altrui. E’ quindi possibile considerare una persona tediosa o antipatica senza doversi giustificare così come si ha tutto il diritto di reagire energicamente se riteniamo che l’altro varchi i limiti del nostro spazio fisico o psicologico; è ammissibile richiedere risolutamente un po’ di pace verso figli rumorosi, amici tediosi o parenti oppressivi senza sentirsi una persona orribile. Ma più di ogni altra cosa è importante conoscersi per capire cosa succede dentro di noi quando percepiamo l’impulso di attivarci a fronte di bisogni che nessun altro potrebbe valutare al posto nostro.

 

 

 

 

PRENDERSI CURA DELLE EMOZIONI: RABBIA E AGGRESSIVITA’