In ambito psicologico non è per niente nuova l’idea che “si impari dai propri pazienti”, ma è evidente il rischio che questa massima si riduca ad indicare un generico apprendimento dall’ esperienza che nel tempo rischia di appiattirsi nella conferma delle proprie premesse teoriche e in generale nel background della propria disciplina. In questo articolo vorrei sottolineare invece la possibilità trasformativa e creativa insita in tale concetto.
Professionalmente mi occupo del trattamento di persone che soffrono di malattie mentali gravi e spesso altamente invalidanti sul funzionamento personale e sociale.speranza
Tra le tante difficoltà presenti in questo lavoro una particolarmente insidiosa e subdola è la capacità di coltivare la speranza, la ” giusta speranza “: quella che non si lascia irretire da aspettative illusorie e irrealistiche ma nemmeno appesantire eccessivamente dalle catene e dai limiti della realtà.
Imparare dai propri pazienti è un ingrediente essenziale per coltivare questo tipo di speranza che ci difende dall’arroganza professionale, ricordandoci come una maggiore quantità di studi non implichi una differenza nel valore puramente umano dello scambio. Inoltre ci ricorda quanto sia importante che chi opera in questo ambito coltivi dentro di sé tale elemento affinché esso possa entrare nello scambio relazionale.
Imparare dai pazienti significa anche esercitare lo sforzo, primariamente interno, di fare i conti con il senso di impotenza, la rabbia e la frustrazione inevitabili nel lavoro e nel confronto con persone che, magari da anni, si ritrovano paralizzate all’interno del loro mondo interiore colmo di altrettanti sentimenti ed emozioni negativi, dolorosi e angoscianti. Allo stesso modo, implica il dover fare i conti con le proprie illusioni di salvezza e grandiosità, anche in questo caso fedelmente rispecchiabili nella relazione terapeutica.
Per chi si trova in una situazione in cui il cambiamento sembra diventare sinonimo di miracolo, anche i più banali gesti quotidiani diventano uno sforzo, una lotta.
Proporre uno spazio intriso di “giusta speranza” è uno degli elementi che definiscono una relazione come terapeutica. Una premessa basilare affinché perché, nella relazione, la persona che chiede aiuto possa ricominciare a lavorare sul proprio sé, sull’autostima, sul senso di autoefficacia, di consapevolezza e di auto accettazione.
La speranza è propedeutica anche alla possibilità di aprirsi alla relazione con gli altri, amici, familiari o compagni di viaggio, il cui supporto è fondamentale per combattere il senso di solitudine e isolamento che accompagnano la sofferenza psicologica.
Un esempio di come queste riflessioni si possano concretizzare nella pratica clinica lo ritroviamo nel Movimento Internazionale degli Uditori di Voci.
Sentire le voci è generalmente considerato un sintomo di una prognosi pesantemente infausta, sinonimo di cronicità e medicalizzazione in ambito tecnico e dello stigma “dell’essere matti” nel contesto sociale allargato.
Nel libro “Recovery. An alien concept?” Ron Coleman sottolinea come il significato di recovery non si limiti solamente alla remissione dei sintomi, ma alla possibilità di riprendere in mano le redini della propria vita, in modo significativo, a livello personale e sociale.
Attraverso gruppi, ricerche, interventi di divulgazione e formazione, i membri del Movimento Uditori di Voci hanno trasformato questi concetti in concrete esperienze di cambiamento.
Un esempio di cosa significhi tutto questo lo si può trovare nel “ted talk” qui linkato.
www.ted.com/talks/eleanor_longden_the_voices_in_my_head
Quando l’ho guardato insieme a un piccolo gruppo di pazienti, di cui alcuni uditori di voci e altri no, ho assistito a numerose reazioni.
Alcuni “non uditori” hanno sottolineato come il video li abbia aiutati a capire le difficoltà dei loro compagni di viaggio “uditori” e nel tempo ad avere verso di loro un atteggiamento più tollerante ed inclusivo. Altri si sono riconosciuti nelle comuni radici di sofferenza e difficoltà, traendo beneficio dagli spunti in esso contenuti.
Uno degli “uditori” ha sottovoce commentato: ” Ma vedi, allora ha un senso!”. E’ uscito dalla sala, poi è rientrato. E abbiamo iniziato a cercare un senso. Non abbiamo finito, ma abbiamo molta “giusta speranza”.

Bibliografia:
Coleman Ron, Recovery: an alien concept, Handsell, 1999
Yalom Irvin, The Theory and Practice of Group Psychotherapy, Basic Books, 1995
Webgrafia:
www.ted.com

Coltivare la speranza